20 Ottobre 2020
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SPORT E SCUOLA

13-05-2020 18:12 - News Generiche
Mi dicono che un grande giornalista definì il Fair Play come “una sorta di religione dello Sport, come il piacere della rinuncia, la fonte primigenia del rispetto per l’avversario”, dichiarando che, “proprio perché il Fair Play è atteggiamento spirituale, voce che dal di dentro suggerisce cosa fare, non può diventare norma regolamentare da gestire, per capirci, come un fuorigioco”.

Dichiarò che il Fair Play non può essere sottoposto a regole perché è una libera e personalissima scelta e l’azione ispirata a lealtà ha sempre il diritto di essere lodata!
Io parto da queste osservazioni per cercare, insieme a voi, di mettere a fuoco il concetto del Fair Play.

Fair Play vuol dire “gioco bello”, onesto, leale.
E quando si parla di gioco, si parla di educazione, di sport, di scuola.
Sport e Scuola sono due termini praticamente sinonimi.
Sport significa un’attività che uno fa per “sport”, non costretto, che fa perché, nel senso letterale del termine, ne trae diletto. È un’attività espressa in libertà.

Scuola è un termine sinonimo. Deriva dal greco che i latini traducevano con “otium”, non nel senso di non fare niente, ma nel senso di dedicarsi ad attività a cui non si è costretti.

I filosofi, anche “moderni” più volte hanno ripetuto che la scuola serve quando chi la frequenta discute con i propri insegnanti e discute divertendosi. Quindi “Scuola” non è il non far niente ma è il colmo dell’attività, è l’attività di uomini liberi.

Gli insegnanti, gli educatori, gli allenatori questo devono insegnare nella scuola. Quindi devono insegnare anche a fare Sport.

Lo Sport, come la Scuola, educa alla vita, permettendo di recuperare valori come spirito di sacrificio, costanza, pazienza … possiamo definirlo “fatica che diverte”. E sappiamo che diventa un gioco educativo perché, attraverso il rispetto delle regole scritte e non, consolida cultura e civiltà.

Ma nello Sport, come nella Scuola, c’è competizione, concorrenza. E come fare a mantenere il divertimento pur nella competizione e nella concorrenza? Mi hanno suggerito una riflessione: accade quando ci confrontiamo con altri, quando ci impegniamo per emergere in una gara libera, che abbiamo liberamente scelto, a cui nessuno ci ha costretto.
Quando si gioca è bello giocare se c’è un avversario, su cui devo emergere. Questo è il significato dello sport e della scuola fin dalla sua origine.

Ma cosa vuol dire competizione? Vuol dire tendere (petere), (cum) insieme ad un fine. Correre insieme per un fine e la gara consiste nel tentare di correre più velocemente possibile per raggiungere un fine e sapere che quel fine è comune e corrergli incontro il più rapidamente possibile. Questa è la gara “bella”.
Questo è lo Sport, la Scuola: competizione, concorrenza, ma con questo significato, che è l’opposto di “violenza”.
Perché violenza non è correre insieme per raggiungere un fine ma è: l’avversario che corre con me, il mio agonista è uno che devo sopprimere. Al fine, voglio arrivare “da solo” non “primo”, ma “da solo”.
E l’avversario dunque è uno che devo tentare di annullare.
Questa è la differenza fondamentale tra una gara violenta, che nega l’idea ed il concetto stesso di competizione e sport, scuola, concorrenza, competizione bella.

La violenza nello sport nasce da questo fraintendimento. Laddove nello sport, ma anche nella Scuola, subentra un meccanismo in base al quale io sento l’altro non come quello che compete e concorre con me, ma come quello che mi ostacola, che mi è nemico nel voler raggiungere quel fine, necessariamente tenterò di annullarlo e commetterò violenza nei suoi confronti, per impedire che concorra con me.
La violenza non nasce dalla competizione e dalla concorrenza bensì dal fraintendimento radicale del significato di competizione e di concorrenza.
Assodato il concetto che per divertirmi in libertà l’altro mi è necessario, diventa facile capire che nello sport autentico io non ricorrerò a nessun mezzo per avvantaggiarmi scorrettamente nella competizione, nella concorrenza, oppure per impedire all’altro di concorrere, perché non mi divertirei più.
Non sarebbe più un divertimento perché il risultato della gara verrebbe falsato.
Stabilire chi è il più bravo, senza nessun trucco, senza nessuna confusione, diventa un bellissimo gioco.
Lo sportivo vero si diverte quando ha dei concorrenti agguerriti come lui e alla pari di lui. Quando cioè tutto si svolge nel rispetto della verità con spirito di lealtà.
Questo è il “rispetto”, quella meravigliosa norma non scritta che “dà un’anima allo sport, facendone un’esperienza insostituibile, dal valore formativo innegabile per la vita in società”.

Ed ecco la risposta alla domanda iniziale: allora, esiste ancora il Rispetto?
Certo, esiste perché se dovessimo rispondere di no vorrebbe dire che non c’è più lo Sport. E non sarebbe vero.
Da sempre condividiamo con convinzione che ogni incontro sportivo è un momento privilegiato di crescita, è un modo in più per arricchire la storia di una vita e, per alcuni, una professione appassionante.
Non crediamo che anche il grande Sport professionistico sia estraneo a queste idee, crediamo invece che il grande campione possa continuare ad essere , colui che ritiene necessaria la competizione e dunque la presenza dell’altro, senza trucchi, senza volontà di annullarlo, senza volontà di sopraffarlo. Perché?

Perché se c’è controllo e autocontrollo da parte delle società e degli atleti, anche le regole economiche che oggi certamente dominano lo sport professionistico, possono conciliarsi coi discorsi precedentemente fatti.
È solo una questione di Educazione, di Etica.

Etica è una parola che indica un significato profondo, una fede nella quale tutti ci riconosciamo e che non appartiene a ciascuno di noi. Un qualcosa di “comune”.
Potremmo immaginare la costruzione dell’etica come la ricerca del baricentro di un triangolo che ha per vertici la libertà, la verità e la coscienza. Nel baricentro si realizza il loro equilibrio, che è rispetto ed accoglienza dell’altro in quanto altro.

Il nostro compito è quello di far vivere lo Sport attraverso l’etica della solidarietà e della responsabilità e di promuoverlo come mezzo per
• trasformare i momenti più difficili in successo
• conoscere i propri limiti
• confrontarsi con gli altri
• esprimere libertà
• superare difficoltà
• ottenere realizzazione personali
• progredire
• raggiungere risultati
• sviluppare il senso morale e la stima di sé.

Nella ricerca di questa gara comune, emerge il significato di Sport e quello di Scuola.

Se uniremo le forze per trasmettere questi valori, a poco a poco educheremo sicuramente anche il professionismo ed il business ad esprimere Etica e Rispetto.

Perché è vero che i tanti interessi economici possono produrre storture, ma è anche vero che se insegneremo a “saper perdere” e a “saper vincere” con lealtà e correttezza, impareremo anche a capire se avremo voglia di diventare o no campioni nello sport.
Ci sapremo sempre concedere una parentesi di serenità e divertimento, diventando sicuramente campioni nella vita.
E questo è il contributo più grande che lo Sport può dare alla Società civile.



Fonte: Il Delegato UNVS Romagna

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